A volte capita che per andare avanti bisogna fare un passo indietro. In questo mio nuovo progetto artistico sono alla ricerca della Pietra Filosofale, quale elemento catalizzatore in grado di riscattare la corruzione della materia.

Riguardo quest’opera, la mia primaria attenzione era incentrata su di una vecchia tela di juta che andava dismessa, trovata in un vecchio sottotetto e pronta allo smaltimento: ho voluto prenderla, per riscattarla e darle nuova vita trasformandola in una tela vergine su cui dipingere.

La juta è una fibra naturale chiamata anche fibra d’oro, per via dei suoi riflessi dorati, una coincidenza affascinate dal richiamo alchemico visti i miei ultimi studi sulla trasformazione.

Per l’imprimitura della tela stavolta ho deciso di seguire le indicazioni di Giorgio de Chirico, bollendo a bagnomaria acqua e colla di coniglio in parti uguali, e una volta ottenuto il composto, stenderlo a pennellate sulla juta montata sul telaio, lasciandolo penetrare bene nei pori della larga trama, livellandolo con la spatola e carteggiando a seguito dell’asciugatura. Ho seguito questa operazione due volte prima di procedere alla fase successiva dove al composto precedente di acqua e colla ho aggiunto il Gesso di Bologna a parità di volume, operazione anch’essa eseguita due volte. Non mi sono trovata molto con la gestione di queste proporzioni, preferisco di più miscelare meno quantità di colla, ma ovviamente dipende il supporto da imprimere. Di tutto il processo di imprimitura della tela ho escluso tre lati, mantenendo solo il destro, questo perché volevo che fosse visibile la trama della juta, che prendesse parte simbolica all’opera appunto proprio come fibra d’oro.

Pensando alla verginità del nuovo supporto pittorico ho voluto dipingere una vergine, trovando la sua cognizione in un groviglio di corpi di giovani donne, tra cui si intrecciano fasce multi-cromatiche. L’attenzione si focalizza sul sinuoso passaggio di un serpente, simbolo sessuale, sul ventre di una giovane donna, disposto a procedere verso il suo sonno inviolato, mentre gli altri visi sono tutti desti poiché già carnali. Tramite la visione del serpente anche le altre fasce cromatiche prendono corpo in una dimensione lasciva, ma è una condizione soggettiva che prende vita a seconda della sensibilità di chi la guarda, poiché ogni opera è fatta per metà dal creatore e metà dal fruitore, che col proprio vissuto riempie di significati ciò che guarda.

Per me il serpente, che ho dipinto in diversi quadri, più che essere un simbolo sessuale generalmente è un simbolo mefistofelico del male lusinghiero che abbiamo intorno a noi e da cui dobbiamo salvaguardarci.

Ammirando l’opera omonima di Gustav Klimt, ho voluto rendergli omaggio disponendo verticalmente la tela così come l’ha impostata lui. Mi è capitato in passato di essere accostata al grande maestro della secessione viennese, io però mi sento molto diversa, mi piace moltissimo la sua opera poiché mi stimola incredibilmente, ma non la faccio mia, quando dipingo parto da me stessa. Qui però ho voluto citarlo nella verticalità: il quadro dapprima pensato in maniera orizzontale ha trovato poi migliore soluzione nella disposizione verticale, così come la sua.

Quest’opera è in fase di realizzazione.